Il primo racconto parla di un camoscio la cui madre muore ancora quando lui era piccolo, uccisa da un cacciatore  che non si era accorto che era un camoscio femmina e che aveva due piccoli. Al camoscio resta la sorella che però si sacrifica per far vivere il fratello facendosi prendere da un’aquila che comunque uno dei due avrebbe preso. Da giovane vinse il capo dei camosci e diventò il re del branco. Sul suo corno sinistro era sempre posata una farfalla bianca. Lui era l’unico che mangiava le radici e la cima del mugo, perché era piena di vitamine presenti nella terra. Era l’unico a stare sveglio di notte a contemplare il cielo e, a stare in mezzo ai temporale  e ai fulmini perché non aveva paura. Odiava gli uomini e soprattutto l’ assassino di sua madre.

L’uomo era un bracconiere, scalava velocemente le montagne con il fucile in spalla in cerca del branco di camosci e soprattutto del re perché era il più forte e grosso. Un tempo aveva ucciso un camoscio femmina che aveva due piccoli e non se ne era accorto. Tutti e due sapevano che era il loro ultimo inverno e che non sarebbero riusciti ad arrivare all’anno dopo, sentivano una debolezza che non avevano mai sentito prima . Nonostante ciò nessuno dei due si voleva arrendere; il re dei camosci non voleva né essere ucciso dai suoi figli né essere ucciso dall’uomo assassino di sua madre, mentre il cacciatore non voleva demordere, voleva continuare a scalare i monti e voleva  uccidere il re dei camosci . Una giornalista tentò di seguire l’uomo per fargli delle domande sulla sua vita, l’uomo non aveva mai amato delle donne e quindi non era abituato a quegli incontri . Un giorno si alzò e sentì che per lui era l’ultimo giorno ma andò comunque a caccia . La stessa cosa accadde al re dei camosci, sapeva che quel giorno era l’ultimo ma non voleva essere sconfitto da un suo figlio. Il cacciatore passò sopra al branco, salì un  versante della montagna e quando era già abbastanza in alto da non fare sentire ai camosci il proprio odore che attutiva con il grasso preso dalle loro viscere, prese la mira ma una farfalla bianca si posò sulla canna del fucile, lui la scacciò ma subito dopo già stanco si addormentò lì dov’era, sdraiato sulla ghiaia . Il camoscio seguendo l’odore dell’uomo si fermò proprio sopra di lui mentre egli si stava svegliando. Pieno di odio riconoscendo l’uomo che aveva ucciso sua madre si gettò sopra di lui senza neanche sfiorarlo o ferirlo, il cacciatore riconobbe il re dei camosci. Subito dopo l’animale si ritrasse e scese in una roccia sotto all’uomo ma sopra al suo branco. L’uomo ne approfittò per sparargli ma il re dei camosci era morto un istante prima che lo sparo rimbombasse nell’aria. Poi ruzzolò in mezzo al suo branco e tutti gli altri camosci si avvicinarono senza far caso al cacciatore che era sceso sopra al camoscio. Poi l’aveva raccolto e non l’aveva sviscerato lì come faceva di solito ma lo aveva messo in spalla benché fosse pesante, e si era incamminato. A metà strada si era dovuto fermare per la debolezza, a quel punto era arrivata una farfalla bianca che si era andata a posare sul corno sinistro del camoscio, e l’uomo nei battiti delle sue ali sentiva tutta la pesantezza della sua vita, pian piano chiuse gli occhi e cadde senza fare rumore a terra. Li ritrovò un boscaiolo che li seppellì, erano un blocco di ghiaccio e per dividerli dovette dare un colpo d’ascia, sul corno sinistro del grosso camoscio che stava sulla spalla dell’uomo era stampata una farfalla bianca .

Il secondo racconto narra di un albero nato da un albero abbattuto da un fulmine e dal fulmine stesso, Terra è sua madre in cui si attacca a polipo di scoglio. Era cresciuto inclinato per non esser colpito di nuovo da un fulmine e sotto ad esso c’era un precipizio, quando sta per cadere un fulmine la sua linfa si ferma e l’albero attende in silenzio sempre più inclinato su se stesso. Si chiama cirmolo, è un parente dell’abete, Il narratore tutti gli anni lo va a trovare, sta spesso seduto sotto la sua chioma a leggere un libro o a parlargli. Molte volte però l’uomo si deve arrende alla montagna perché essa non vuole che nessuno la percorra, e allora respinge con le tempeste e con i fulmini che fanno la guardia per non disturbare l’intimità di un abbraccio nuziale tra cielo e terra. La croce in cima alla montagna per chi va per monti, è il termine di salita,mentre termine di discesa in terra della vita narrata dai vangeli. Prima di andare via il narratore sale sull’albero e si mette a piedi nudi a cavalcioni sui rami sospeso sopra il vuoto e, va via solo quando le ombre iniziano ad essere cancellate dal buio, il momento più adatto se si è ospiti di un albero. Esistono in montagna alberi eroi piantati sopra il vuoto, medaglie sopra il petto di strapiombi.

Del primo mi ha incuriosito molto le coincidenze tra il camoscio e l’uomo e le ali della farfalla che pesano e ricordano la dura vita.Del secondo racconto mi hanno colpito i sentimenti dell’autore, l’intimità della montagna e il modo di vivere di quegli alberi.

Il significato del libro è che tutti hanno un inizio e una fine, che non siamo eterni e che nessuno dei due alla fine vuole arrendersi e vuole morire da eroe.Nel secondo il significato è che la vita c’è ovunque pure dove c’è stata la morte e che, l’uomo deve rispettare la natura e la sua intimità.Il finale mi è piaciuto molto anche se è un po’ triste; il peso di due vite su due ali di farfalla.Il finale del secondo racconto mi è piaciuto perché rappresenta la voglia di vivere che tutti gli esseri viventi hanno, pure nella natura, e che un uomo se ne interessi diversamente da tutti gli altri che non sanno nemmeno che esista.